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dal WEB:
Il pianeta che scotta di
Fabio
Cavallotti, da
http://salvadanaio.economia.alice.it/extra/ambiente/global_warming.html del
12 lug. 2007. riportato da MOAS il 16 lug. 2007 MOAS
non garantisce il contenuto degli atricoli presenti sul WEB, per
i quali si rimanda ai dati di provenienza.
Uno scenario apocalittico. E' quello che emerge dal Rapporto
ONU sul Global Warming. Da fermare subito. Siccità,
inondazioni, diffusioni delle malattie tropicali, estinzioni di massa di piante
e animali.
Le
anticipazioni sulla seconda parte del rapporto sullo stato del clima redatto
dall’ Intergovernmental
panel on climate change (Ipcc) – il
gruppo di 2.500 scienziati che studia l’argomento su
incarico dell’ONU – mettono i brividi. Rispetto
al precedente rapporto, datato 2001, la situazione per il pianeta è
drasticamente cambiata. In peggio. “I cambiamenti climatici – è scritto nel lavoro dell’Ipcc – stanno interessando i sistemi biologici Appena
cinque anni fa si discuteva di quali sarebbero stati gli effetti
del surriscaldamento globale,
oggi
i segnali del cambiamento sono già evidenti. “Le
conseguenze del riscaldamento sono già in atto e stanno subendo
un’accelerazione rispetto
a quanto ci aspettavamo”, afferma
Patricia Romero Lankao, del National
Center for Atmospheric Research. Benefici
effimeri... Ci si deve preparare al
peggio, senza farsi ingannare da qualche effetto positivo che pure
ci sarà. Nel breve
periodo, infatti, il clima più mite metterà a disposizione più
cibo, grazie alla
possibilità di diffondere le coltivazioni agricole alle latitudini più
settentrionali. Ma sarà un
beneficio temporaneo, perché
entro il 2080, secondo il rapporto, saranno centinaia di milioni le
persone colpite dalla carestia. ... e poi la catastrofe Lo scenario
prospettato è apocalittico. Entro la fine del secolo circa tre
miliardi di persone, in Africa,
in America Latina e in Asia soffriranno per la siccità e la mancanza
d’acqua. Le fasce più
povere della popolazione saranno a rischio di malnutrizione e
dissenteria. Le malattie
tropicali, come la malaria e le febbri emorragiche, già attualmente
in espansione, si
diffonderanno nel globo. I ghiacciai
d’Europa sono destinati alla completa scomparsa. Entro i
2050 stessa sorte dovrebbe interessare anche i ghiacci del Polo Nord. A causa del
cambio climatico sono a rischio d’estinzione circa la metà delle
specie vegetali europee. Gli orsi
polari, presto, potranno essere visti unicamente negli zoo. La
progressiva riduzione del loro habitat, la banchisa polare, li sta
condannando a una rapida scomparsa. Negli
oceani, acidificati per eccesso di anidride carbonica, le morie di
pesci si ripercuoteranno sulla
catena alimentare dell’intero pianeta. La crescita
del livello delle acque per lo scioglimento dei ghiacci provocherà
forti inondazioni. Gran parte
delle città costiere dovranno essere abbandonate. Un altro
fenomeno che causerà migrazioni di massa. danni del riscaldamento globale
ammonteranno al 20% del Pil mondiale Una
generazione per cambiare Il rapporto
lascia aperto un piccolo spiraglio alla speranza, ma alla
sola condizione di una forte inversione di marcia. “Se entro
una generazione – affermano gli scienziati del pannello Ipcc – si
riducessero le emissioni di anidride carbonica e il livello di gas
serra in atmosfera si stabilizzasse, i peggiori
impatti sul pianeta si potrebbero evitare, anche se
molti effetti sugli ecosistemi potrebbero ugualmente verificarsi”. Collasso
anche economico Le tetre
previsioni trovano conferma in altri due dossier resi noti sul finire
del 2006: il rapporto
Stern in
sectors of Europe Sono
due
ricerche europee, la prima commissionata da governo inglese, la seconda
dall’Unione europea. Rispetto al
rapporto dell’Ipcc sono stati maggiormente valutati gli effetti
economici del cambiamento climatico. Secondo il
dossier redatto dall’ex dirigente della Banca mondiale,
Nicholas
Stern, il mondo
rischia di andare incontro a un collasso economico molto peggiore di
quello del 1929.
I costi
degli interventi per risanare gli effetti della siccità, delle
inondazioni, dei fenomeni estremi come
uragani e ondate di caldo, nei prossimi decenni rischiano di costare
fino al 20% del Pil mondiale. La
conclusione del rapporto è un pressante invito ad agire, perché
costa molto meno intervenire oggi, piuttosto che curare i danni
domani. La
Gran Bretagna ci prova Consiglio
che intende seguire il premier britannico Tony Blair. In questi
giorni il governo di Sua Maestà ha presentato una bozza di legge che
prevede l’obbligo
di ridurre del 60% entro il 2050, l’emissione di biossido di
carbonio. Il piano
punta sulle fonti alternative e sul risparmio. Una scelta
azzardata? Giudicando con occhi miopi si potrebbe dire di sì. Eppure se
una delle maggiori potenze industriali del mondo sta per imboccare
questa strada c’è da
porsi almeno il dubbio che esistano dei motivi piuttosto seri. Il
global warming in Europa Non
bastassero i rapporti Ipcc e Stern, che rappresentano già circa i 95%
degli scienziati che si
occupano dell’argomento, c'è anche il già citato dossier Peseta. Questo
lavoro ha esaminato l’impatto del global warming focalizzando
l’attenzione sull’area europea. Il
territorio maggiormente colpito sarà il bacino del Mediterraneo: i paesi che
si affacciano su questo mare andranno incontro a una progressiva
desertificazione del
territorio. Italia compresa. L'uso su scala nazionale di
lampadine a basso consumo ridurrebbe la
CO2 di 6,5 milioni di tonnellate l'anno Turisti
addio Anche il
sistema economico subirà lo stress da clima. L’aumento delle
temperature – si legge
nel rapporto della Commissione europea – avrà un impatto negativo
sull’agricoltura, ma soprattutto sul turismo.
Il popolo
di vacanzieri diserterà le infuocate terre del Sud Europa e preferirà
il più mite Nord. Se ciò si
avverasse è facile immaginare quale potrebbe essere l’impatto sulla
più grande industria del nostro paese che
è proprio quella turistica. Puntare
sulle fonti rinnovabili e sull'efficienza energetica Qualunque
documento si legga, che sia il rapporto Onu, il Peseta o Stern, le
prospettive per il futuro non sono buone. Anche in
considerazione che, con la crescita dei paesi emergenti, India e Cina
su tutti, le
emissioni di gas serra potrebbero addirittura aumentare ben oltre le
attuali previsoni. Tornando a
Blair si può dire che la scelta che sta prendendo non è
assolutamente avventata. Gli sforzi
e gli investimenti sul fronte dell’inquinamento renderanno il Regno
Unito leader nelle
tecnologie a basso impatto ambientale. Un settore questo che, secondo
molti analisti, sarà la
killer application dei prossimi decenni. Già ora
molte industrie del settore idrocarburi stanno aumentando
considerevolmente gli investimenti sulle
energie rinnovabili e sulle tecnologie a basso consumo. La scelta
del governo britannico può essere considerata coraggiosa ed
estremamente razionale. La speranza
è che faccia da apripista, da traino per l’Europa – che sta già
varando, peraltro, un piano per la riduzione delle emissioni – e per
tutti i paesi industrializzati, in primis Stati Uniti e Giappone. Ognuno può fare la sua parte Aspettando
le decisioni dei governi, ognuno di noi può comunque incidere
sull’inquinamento puntando
sull’energia alternativa meno inquinante che esiste: il risparmio.
“Se in
Germania – ha recentemente dichiarato il cancelliere tedesco Angela
Merkel al
quotidiano Süddeutsche Zeitung – fossero sostituite tutte le
lampadine tradizionali con quelle a risparmio
energetico, l’emissione di anidride carbonica sarebbe minore di 6,5 milioni di tonnellate all’anno”. Una quantità enorme, soprattutto rispetto al piccolo sacrificio richiesto la Commisione
europea L’approccio
al consumo di energia ma anche di acqua, viste le previsioni, va
radicalmente cambiato. Ed meglio
che sia fatto ora, quando è ancora una libera scelta, piuttosto che
domani, quando sarà
reso obbligatorio dagli eventi e, con tutta probabilità, da
interventi ex lege. di
Fabio
Cavallotti, da
http://salvadanaio.economia.alice.it/extra/ambiente/global_warming.html del
12 lug. 2007. riportato da MOAS il 16 lug. 2007 MOAS
non garantisce il contenuto degli atricoli presenti sul WEB, per
i quali si rimanda ai dati di provenienza.
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